24 Aprile 2020

La spesa di una volta

Racconto inserito nella raccolta “Racconti toscani 2019” edito da Historica

Gli anni dell’infanzia li ho trascorsi serenamente nella casa dei nonni paterni, Renato e Gerbina. Ricordo soprattutto le giornate estive quando, libero dagli impegni scolastici, la vita quotidiana seguiva più o meno sempre gli stessi riti e le stesse attività ma l’affetto dal quale ero circondato le rendevano piene di vita e mai noiose.

La casa si trovava in Via Santa Bibbiana, a due passi da Piazza Mazzini e
dall’Arno, nel centro storico di Pisa. La cucina era il cuore di quella grande casa e tutte le altre stanze sembravano invidiarla proprio per la sua posizione privilegiata. La sala da pranzo, che si animava solo per Natale e Pasqua, il salotto con i vecchi mobili sempre avvolto dalla solitudine, le enormi camere da letto utilizzate per trascorrere la notte. Tutti ambienti enormi sovrastati da quella piccola stanza che pulsava di vita durante tutto il giorno. Riscaldata in inverno da una stufa a legna e dal sole che la inondava da mattina a sera, rinfrescata in estate dal venticello che saliva dal fiume, la cucina si animava fin dalle prime ore del mattino. Due enormi finestre erano i suoi gioielli: occhi grandissimi attraverso i quali lo sguardo si perdeva sopra i tetti della città fino a scoprire la torre dell’orologio dell’attuale Palazzo Pretorio in Piazza XX Settembre. Appena svegli
in cucina si respirava l’aria fresca del mattino che silenziosamente entrava come a dare nuova vita. La sera poi lo spettacolo si ripeteva quando il tramonto con i suoi variegati colori entrava per annunciare l’ora della cena. La giornata infine terminava con un un ultimo sguardo al cielo stellato. Ancora oggi che Renato e Gerbina non ci sono più, la piccola cucina è sempre lassù, in cima al palazzo vicino al fiume e i suoi occhi vigilano attenti sulla città mentre un bambino dai capelli bianchi la conserva nel proprio cuore fra i ricordi più cari.

La giornata iniziava sempre seduto al tavolo della cucina insieme al nonno davanti a due tazze gigantesche piene di caffellatte preparate amorevolmente dalla nonna che già da tempo era in piedi. Mentre inzuppavo i biscotti nella mia tazza, m’incantavo a guardare Renato, che ai miei occhi di bambino appariva con le sembianze di un gigante buono uscito da qualche fiaba. Come un guerriero d’altri tempi, Renato si tagliava due enormi fette di pane di quello avanzato il giorno prima, che lui chiamava “posato”. Il nonno non amava il pane fresco perché diceva che non riusciva a digerirlo. Poi con le sue enormi mani spezzettava il pane
e lo metteva nella tazza, dando vita ad una vera e propria zuppa di caffellatte. Sguainava quindi un enorme cucchiaio e iniziava a mangiare. Tutto sembrava enorme ai miei occhi, anche la voracità con la quale il nonno affrontava la zuppa consumandola in pochi minuti. A volte rimanevo incantato con il biscotto in mano, la bocca aperta, ad osservare quel grande vecchio che brandiva la sua spada luccicante, il cucchiaio, la immergeva nella tazza per farla venire fuori stracolma di pane inzuppato nel caffellatte. Ecco allora che Gerbina mi risvegliava da quell’incantesimo, con un dolce scappellotto “Su Bimbo che facciamo tardi per andare al mercato”. Di soprassalto riprendevo a mangiare per finire il più in fretta
possibile.

Terminata la colazione iniziavano i preparativi per uscire. Gerbina curava ogni dettaglio davanti allo specchio. I capelli bianchi ben raccolti dietro la nuca, il vestito fresco di bucato e ben stirato, le scarpe lucide come nuove, la borsa capiente e amica fidata. Quando era pronta spostava la sua attenzione su di me. Un tocco qua, un tocco là e il tocco finale, quello più temuto: la molletta. La mia nemica di quegli anni alla quale la nonna assegnava il compito ingrato di fermare i capelli lisci ma ribelli. La nonna prendeva in mano il pettine per tentare di sistemare i capelli, dopo qualche minuto di lotta impari, di acqua spruzzata, di qualche passata di brillantina, Gerbina inforcava la molletta e .. zac .. con una mossa rapida incatenava quel ciuffo birichino raccolto da un lato. Quando finalmente eravamo due gocce d’acqua in quanto a ordine, precisione, pulizia, soddisfatta mi prendeva per mano e solo allora la porta si apriva.

Uscivamo tenendoci per mano e la passeggiata iniziava da Via del Buschetto
costeggiando il palazzo del Tribunale da una parte e la Piazzetta San Luca
dall’altra. Imboccavamo poi Via del Cuore per entrare in Via Palestro dove
iniziava il solito cerimoniale. Passando davanti alle varie botteghe, lei rispondeva gentilmente al saluto dei negozianti, io continuavo a tirare la sua mano per abbreviare le varie soste dal lattaio, dal fornaio, dall’alimentari per arrivare il prima possibile alla mia meta preferita, ovvero il mercato. Speranza vana delusa ogni mattina: la nonna aveva le sue fermate abituali da fare e non ne saltava alcuna. Una tortura, un supplizio del quale però conoscevo il lieto fine. Percorsa tutta Via Palestro entravamo in Via Rigattieri ma anche quel piccolo vicolo era percorso lentamente. La fermata obbligatoria era ad una merceria dove la nonna
comprava ciò che le occorreva per cucire e per fare la maglia, ed io diventavo sempre più impaziente ma comunque zitto e buono. Quando riprendevamo il cammino per arrivare finalmente in Piazza del Pozzetto ed entrare in Borgo Stretto, ecco che iniziavo ad annusare l’aria pronto a cogliere quegli odori inconfondibili che annunciavano l’avvicinarsi della meta. Frutta, verdura cotta, salumi, formaggi, aromi vari, un miscuglio da far girare la testa. Al mercato finalmente entravamo da Via delle Colonne, un vicolo stretto e corto dove ci si imbatteva nel primo banchetto storico che tutti i pisani di quell’epoca conoscevano: il banco di Berta.

A qualunque ora entravi in piazza, Berta era al suo posto di lavoro seduta di fianco al proprio banco. Ti squadrava da capo a piedi, la sigaretta in bocca, quasi come ad autorizzare o meno l’ingresso al mercato. Capelli neri, occhi neri, vestiti e gonne scure, voce rauca, un aspetto cupo che contrastava con la vivacità dei colori del suo banco. Quando la nonna si fermava nel negozio di fronte, io smettevo di strattornarla e rimanevo incantato dalla vita intorno a Berta. Un mercato dentro il mercato. Le donne timorose passavano svelte a testa bassa e quasi fuggivano.
Qualcuna si faceva anche il segno della croce. Le più audaci alzavano lo sguardo di traverso. Berta ricambiava. Le fissava negli occhi e loro proseguivano silenziose. I ragazzi invece si voltavano coraggiosi verso di lei. L’attrazione era forte e incontrollabile. Alcuni rallentavano il passo tentando di fermarsi. Allora dalla bocca di Berta usciva un ghigno accompagnato da una nuvoletta di fumo. Un gioco di prestigio e un segnale inconfondibile. I ragazzi titubanti riprendevano subito il proprio cammino. Gli uomini erano i suoi veri clienti. Sul banco di Berta si trovava di tutto. Dai primi jeans alle prime radioline giapponesi, una sorta di scatolette magiche per chi, fino ad allora, aveva conosciuto solo le radio imponenti che troneggiavano nei salotti. Magliette multicolori e bianche, le prime
firmate Fruit, le magliette che nel giro di qualche anno mi avrebbero liberato dalla maglia di lana che mia madre si ostinava a farmi indossare nei mesi invernali. E poi cianfrusaglie americane, a me sconosciute, provenienti dalla vicina base militare di Camp Derby. Ma gli articoli più ricercati erano altri. Il primo tenuto nascosto con cura dalla intraprendente commerciante. Ogni tanto un uomo le parlava ad un orecchio. Lei andava dietro al banco. Tornava con un sacchetto di carta. Dentro, ben nascosta, la preziosa stecca di sigarette, naturalmente di contrabbando e americane: solitamente Marlboro o Pall Mall o Winston. Il secondo invece era in bella vista contenuto in tanti barattolini. L’acquirente era sempre imbarazzato. Si fermava. Osservava indifferente. Toccava. Alla fine sceglieva una di quelle confezioni. Pagava in tutta fretta e scappava. Non capivo. A me sembravano semplicemente palloncini colorati. Un giorno trovai il coraggio e chiesi alla nonna. La risposta fu uno strattone energico e nessuna spiegazione.
Solo qualche anno dopo, quando al mercato andavo ormai da solo, feci la
sensazionale scoperta. Berta, la guardiana del mercato, era anche la prima
educatrice sessuale di tanti cittadini di quell’epoca: quei barattolini colorati
contenevano infatti dei semplici profilattici.

Finalmente la nonna mi riprendeva per mano per proseguire verso Piazza delle Vettovaglie. All’improvviso, in mezzo a quell’intreccio profumato, “sentivo” la mia fragranza preferita e inconfondibile: quello era il segnale che appena girato l’angolo ci saremmo imbattuti nel venditore più interessante del mercato, Mauba il mago dei frati fritti. Appena entrati in piazza, il profumo prendeva deciso il sopravvento e annunciava che il momento tanto atteso era finalmente arrivato.
Davanti al banchetto di Mauba la nonna faceva finta di proseguire ma io mi
bloccavo e le impedivo di camminare. Lei mi stiracchiava ma poi si bloccava e mi sorrideva. Il mio sguardo allora seguiva l’aroma inconfondibile e si posava su Mauba. Solo allora la nonna lasciava la mia mano ed io correvo a godermi lo spettacolo. Un richiamo tentatore echeggiava per la piazza. “Bimbi piangete ‘he mamma ve lo ‘ompra”. Difficile resistere. Mauba lanciava i suoi messaggi in piedi davanti ad una padella gigantesca. Al suo fianco la moglie con l’impasto posato sul tavolo. La magia aveva inizio. Un pezzetto di pasta veniva lavorato fino a diventare un lungo serpentello. Il primo prodigio si compiva davanti ai miei occhi
stralunati: dita sapienti come bacchette magiche davano vita ad una pallida ciambellina. Mauba, il mago, entrava allora in azione. Brandiva la sua lancia: un forchettone. Gentile e garbato, con mano leggera, sollevava la ciambella e delicatamente la posava nell’olio caldo e avvolgente. La toccava, l’accarezzava, la rigirava, la dondolava, la rivoltava. La ciambella si gonfiava e lentamente prendeva colore. All’improvviso la lancia di Mauba sollevava la ciambella tirandola fuori dall’olio bollente della padella. Il mago la imbellettava ancora fumante con candido zucchero e me la porgeva sorridente. A bocca spalancata per la nuova magia, gustavo finalmente il mio frate fritto e ben zuccherato. Mentre con una mano tenevo il frate, la nonna mi prendeva l’altra per attraversare Piazza delle Vettovaglie ed entrare prima in Via Domenico Cavalca e poi in Piazza
S.Omobono, le mete finali dove Gerbina avrebbe completato gli acquisti
comprando frutta e verdura.

Appena entrati in Via Domenico Cavalca il frate era ormai terminato e l’obiettivo della mia passeggiata raggiunto, ma lo spettacolo continuava a scorrere davanti ai miei occhi di bimbo come una rappresentazione teatrale. La nonna percorreva tutta la via e la piazza osservando i banchetti, disposti ai lati della strada, sui quali era esposta frutta e verdura di ogni tipo e colore. I venditori urlavano decantando sia la bontà della loro merce che naturalmente i prezzi contenuti.
“Guarda vì signora che belle pesche stamattina”
“Ecco le mi ciliege le più belle der mercato”
“Bimbe stamani mi rovino vi regalo pere ‘osce a 100 lire al Kg.”
“Guardate vi che bei co’omeri, dorci e belli rossi drento”
Ognuno di loro aveva il prodotto migliore al prezzo più basso. Qualcuno
addirittura offriva un assaggio tentando di intenerire Gerbina e offrendo una ciliegia, una susina, una fettina di cocomero direttamente a me.
“Faccia assaggiare ar su nipote” urlava il venditore porgendo il frutto davanti ai miei occhi. Io naturalmente tentavo di allungare la mano per accettare l’offerta ma la nonna pronta mi strattonava con decisione e gentilmente, con un tono che non ammetteva repliche, rispondeva “No grazie ha avuto un pò di indigestione non può assaggiare niente”. Naturalmente io le prime volte rimanevo un pò male e allo stesso tempo mi chiedevo che cosa avrebbero pensato quei venditori che ogni mattina si sentivano rispondere con un rifiuto e sempre con la stessa motivazione.
Poi imparai ad apprezzare la strategia di nonna Gerbina per i suoi acquisti. Il primo passaggio da Piazza Vettovaglie a Piazza S.Omobono passando per Via Domenico Cavalca serviva esclusivamente a valutare la qualità della merce ed il prezzo. Al secondo passaggio, che facevamo a ritroso per tornare a casa, la nonna invece si fermava ai banchi che aveva già osservato completando così i suoi acquisti. Quel modo di fare la spesa sembrava semplicemente una perdita di tempo, solo più tardi, quando anche io ho dovuto confrontarmi con il bilancio familiare, ho capito l’insegnamento della nonna. Gestire una famiglia con due figli ed un solo stipendio negli anni della guerra richiedeva una grande capacità di
controllo delle finanze e Gerbina aveva mantenuto quella sua qualità anche
quando ormai le ristrettezze erano terminate. La mattina terminava con il ritorno a casa dove, nella cucina illuminata dalla luce del giorno, la nonna tirava fuori dalla sua borsa della spesa tutte le cose buone appena comprate e si metteva al lavoro per preparare il solito pranzo appetitoso.

Ormai quei profumi, quei sapori, quelle atmosfere si sono dissolte con il
trascorrere del tempo. Piazza delle Vettovaglie, Via Domenico Cavalca, Piazza S.Omobono si sono svuotate ed i banchetti tutti uguali sono ridotti al minimo. Manca l’allegria e l’intraprendenza dei venditori che ora in silenzio seduti dietro al loro banchetto osservano i passanti evitando quelle grida che invitavano ad avvicinarsi e comprare la mercanzia esposta. Quell’atmosfera è rimasta viva solo nei ricordi di un bambino ormai cresciuto e con i capelli bianchi che difficilmente potrà dimenticare la gioia di quelle scorribande in piazza del mercato a Pisa.