Il mio primo allenatore (Audio Radio2) - Parole e immagini

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Il mio primo allenatore (Audio Radio2)

Scrittura
(L'audio è relativo alla trasmissione di Rai Radio 2 - Pascal del 02 marzo 2018 durante la quale il racconto è stato letto e commentato)

Durante le vacanze estive il giorno libero dal lavoro di mio padre era per me come se fosse domenica.  Ci alzavamo di buon mattino sapendo che avremmo trascorso una giornata al mare. Renzo, il babbo, preparava la sua moto, Anna, mia madre, metteva nella borsa asciugamani, costumi e qualcosa per il pranzo, io tenevo stretto fra le mani l'oggetto più prezioso e importante: il pallone, compagno inseparabile delle giornate estive.
Appena arrivati sulla spiaggia, dopo aver piazzato ombrellone, asciugamani e borse, la sfida iniziava immediatamente e sarebbe andata avanti per tutta la giornata. Cinque minuti per scaldare i muscoli. Qualche passaggio niente di più. Un avviso anche per gli altri bagnanti: meglio stare distanti da quei due "ragazzini" con la loro palla svolazzante e minacciosa.

Il gioco vero e proprio prendeva finalmente il via. Uno di fronte all'altro a qualche metro di distanza, io e mio padre ci lanciavamo a vicenda la palla con le mani. Dopo un breve volo, la facevamo passare sopra la testa per finire dietro le spalle. Senza voltarsi, lo sguardo fisso in avanti, si doveva allungare la gamba dietro per colpirla con il tallone: uno spettacolare colpo di tacco. Se l'esecuzione era perfetta, la palla tornava a chi l’aveva lanciata e si guadagnava un punto. Ogni tanto una sosta per un tuffo in mare o un panino da mangiare: momenti durante i quali anche la palla tirava finalmente il fiato.
Giornate indimenticabili che mi iniziarono all'amore per il pallone, un amore proseguito per anni e che ancora oggi è vivo magari più nella mente che nel fisico.

Mio padre fu anche il responsabile della mia più grande delusione calcistica. Da pochi mesi giocavo in una squadretta della mia città, Pisa. Durante un allenamento avevamo intravisto al campo degli strani signori ben vestiti ma sconosciuti che osservavano ogni movimento, ogni tocco di palla, ogni calcio di noi ragazzi sul campo dell'Abetone. Dopo qualche giorno rientrando in casa, trovai l'allenatore a parlare con mio padre e mia madre: quei signori erano osservatori del Torino e volevano me ed altri due compagni per una settimana a Torino per visionarci in maniera più accurata. Mio padre acconsentì a farmi fare quell'esperienza ed io per diversi giorni non dormii la notte mentre sognavo già di vestire la maglia granata. Erano gli anni di Nereo Rocco e Gigi Meroni e ricordo perfettamente l'emozione arrivando allo stadio Filadefia per sostenere il primo allenamento con i giovani del Toro nel ritrovarmi fianco a fianco anche con i giocatori della prima squadra. Quattro giorni da incorniciare che terminarono con il viaggio di ritorno verso Pisa felici per quella esperienza ma soprattutto pervasi da una gioia incontenibile e impossibile da descrivere: il Torino ci avrebbe preso nelle proprie squadre giovanile e di lì a un mese ci saremmo dovuti trasferire nel collegio che la società aveva per alloggiare i tanti giovani provenienti da tutta Italia.
Una gioia che si tramutò nella disperazione più assoluta quando, davanti a me ed ai dirigenti della Stella Azzura, mio padre emise la sua sentenza: non mi avrebbe consentito di andare via da casa a quella età. Rimanemmo tutti male ma soprattutto io non sapevo darmi pace per quella decisione incomprensibile.
Se mi hai consentito di andare a fare questa esperienza perché ora mi neghi di proseguire ?”
Perché alla tua età non puoi andare a vivere da solo in un'altra città”
Allora non dovevi farmi andare nemmeno a provare”
Fu la mia domanda e la risposta di mio padre: una domanda ed una risposta rimaste inalterate nel corso degli anni.

Successivamente andai a giocare in una società satellite della Fiorentina per poi approdare alla serie D fino a quando non smisi di giocare per andare a lavorare dopo il conseguimento della laurea, ma l'amarezza per quella occasione mancata non se n'è mai andata del tutto.

Sono ormai trascorsi diversi anni da quelle giornate al mare dove iniziò il mio amore per il calcio ed oggi sulla spiaggia non è più possibile giocare. E' tutto un divieto e nessuno ha più la pazienza e lo spirito di sopportazione per osservare un padre che gioca a palla con il proprio figliolo.
Per fortuna arriva l'inverno, la spiaggia torna deserta ed allora ci si ritrova con gli amici per indimenticabili partite a piedi nudi sulla sabbia, una tradizione che ormai va avanti da oltre 35 anni. Non c'è bisogno di convocazioni o di telefonate: tutti sanno che il sabato pomeriggio da metà settembre a fine aprile sulla spiaggia di Palombina Vecchia a Falconara Marittima si gioca a calcio.
Durante quelle partite ogni tanto accade che la palla arriva con una bella traiettoria. La vedo volare nel modo giusto e immagino di essere tornato al mare con mio padre. Potrei colpirla con la testa, ma fra la rabbia e lo stupore dei compagni la lascio scorrere dietro le spalle. Non mi volto. Allungo la gamba dietro. Il cuore accelera: "se sbaglio gli avversari ci faranno un goal". Sono attimi di tensione. Finalmente lei, la palla, termina la corsa, incoccia nel mio tallone e in volo torna da dove era partita. Pericolo scampato.
Subito si alza un coro: "Woooooowwwww che fortuna non sbagli mai con quel colpo di tacco"

                  

Tornano così alla mente i pomeriggi al mare quando mio padre da bravo genitore fu per molto tempo il mio primo allenatore.

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